Spesso la maturità è sentita da chi ci sta intorno come mancanza di coerenza o come il tradimento di tutto ciò che si è stati fino a quel momento. In questo caso il coraggio di difendere le proprie scelte, la fatica di continuare a seguire le proprie inclinazioni, trovano un senso quando si ha la possibilità di dimostrare la nostra vera natura.
Dopo la pubblicazione di “Home From Homeâ€, che completava la svolta iniziata dai ‘Millencolin’ con “Pennybridge Pioneersâ€, dallo skate-core degli esordi verso le sonorità rock che li contraddistinguono tuttora, la band svedese si è vista attaccata da orde di puristi pronti a condannare qualunque tipo di evoluzione.
Il gruppo di Nikola Sarcevic ha risposto pubblicando altri due album (“Kingwood†del 2005 e “Machine 15â€, in vendita da poche settimane), che hanno contribuito al perfezionamento di un sound, melodico ma potente, ormai caratteristico dei ‘Millencolin’.Â
Per dimostrare ciò che era e che rimane la band deve solamente salire su un palco, ed è quello che ha fatto Domenica 27 al ‘MusicDrome’ di Milano.
In linea con la svolta rock che li ha visti protagonisti ormai quasi dieci anni fa, il gruppo ha fissato l’attenzione sugli ultimi tre album prendendo a piene mani da “Home From Home†(‘Man Or Mouse’, ‘Black Eye’, ‘Battery Check’…), da “Kingwood†(‘Farewell My Hell’, ‘Birdie’, ‘Ray’…) e dal nuovo “Machine 15†che ha funzionato da collante tra tutti i pezzi (‘Machine 15’, ‘Detox’, ‘Broken World’, ‘Brand New Game’…).
Sarcevic e soci non hanno deluso però nemmeno chi si aspettava qualche classico del gruppo: la partenza con ‘Penguins & Polarbears’ e i richiami al passato (‘No Cigar’, ‘Fox’, ‘The Ballad’…) hanno scaldato i cuori dei nostalgici presenti.
Prediligendo assolutamente la sostanza alla forma, i ‘Millencolin’ hanno dimostrato una forza e una compattezza difficilmente ritrovabili nei dintorni di questo genere; il risultato è un insieme di precisione e potenza frutto di anni di carriera passati per la maggior parte sopra un palco.
Il carisma del frontman Nikola Sarcevic, l’unione delle due chitarre (Mathias Farm e Erik Ohlsson) e la forza espressa dal batterista Fredrik Larzon creano un muro di suono che investe il pubblico per oltre un’ora.
Una prova di attitudine che leva ogni dubbio circa la vera natura del gruppo.





































