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RECENSIONE: Lotus Plaza ” Spooky Action at a Distance”

 

Inutile girarci intorno, è impossibile recensire l’ultimo album di Lotus Plaza senza considerare che l’artista che si cela dietro questo moniker altri non è che il chitarrista dei Deerhunter, ovvero uno dei gruppi più importanti della scena indie-rock contemporanea.
Lockett Pundt, ad una prima occhiata, potrebbe sembrare solo l’alter ego introverso di Bradford Cox, l’eclettico e stravagante frontman della band di Atlanta. Dietro lo sguardo timido e il frangettone d’ordinanza si nasconde invece un autore dalle indubbie doti compositive, capace di tratteggiare con la sua penna gli onirici tratti di alcune delle composizioni migliori dei Deerhunter, come Agoraphobia e Desire Lines. Mentre il suo migliore amico si dilettava con il riuscitissimo side project Atlas Sound, anche Lockett decideva di non restare con le mani in mano, dando alle stampe il secondo album a nome Lotus Plaza.
A differenza dell’acerbo predecessore (The Floodlight Collective, uscito nel 2009) Spooky Action at a Distance mostra una chiarezza d’intenti davvero invidiabile, dando libero sfogo ad un fascinoso universo musicale, costellato da incessanti suggestioni psichedeliche, a tratti scintillanti a tratti indefinite e sfuggenti. La sei corde di Lockett Pundt ricopre un ruolo chiave, capace sia di scandire il ritmo del disco con ipnotici arpeggi sincopati, che di regalare inaspettate aperture melodiche con accordi dilatati.
In Spooky Action at a Distance i fumi dello shoegaze, influenza non secondaria nella musica dei Deerhunter, si schiariscono per dare in là ad atmosferiche progressioni chitarristiche (da manuale quelle della splendida Strangers). Il cantato di Pundt riesce nell’impresa quasi impossibile di essere allo stesso tempo caldo e distante, esprimendo una sorta di beato straniamento. Esemplare sotto questo punto di vista il testo di Monoliths in cui l’artista di Atlanta esprime tutto il suo disincanto e spaesamento (“There’s no world,and no God, and no hate, and no fun,and no faith, it’s just me, getting high…”), diviso tra la volontà di restare nella propria dimensione al riparo dalle emozioni e la speranza di un cambiamento (“…and one of these days I hope I come around!”). Il pezzo in questione è un altro piccolo saggio delle doti compositive di Lockett Pundt, con il chorus finale che fa tornare in mente quello della già citata Desire Lines.
Le divagazioni sonore di Spooky Action at a Distance poggiano quasi tutte sulla stessa struttura melodica, ci vuole un po’ quindi per farsi prendere dai brani del disco. Una volta entrati in mente però, si fa fatica a dimenticarli. È il caso di Jet Out of the Tundra che, dopo una partenza alla Joy Division, si apre in una serie di luminosi arpeggi, mentre delle armonie vocali particolarmente riuscite impreziosiscono uno dei brani migliori dell’album. Eveningness, probabilmente il pezzo più arioso del disco, si muove su territori simili, mentre i grigiori di Black Buzz servono a ricordare che dietro ad ogni bagliore sta sempre un velo di disincantata malinconia.
Altri brani meriterebbero un’accurata descrizione (la lucente White Galactic One su tutte), ma si farebbe torto a un disco che si apprezza principalmente nell’insieme del suo, a tratti oceanico, fluire.
Volendo ad ogni costo muovere una critica a Lockett Pund, si potrebbe asserire che si tratti di un progetto fine a sé stesso, per via di una sostanza troppo simile a quanto espresso fino ad ora già egregiamente dai Deerhunter. Sarebbe un giudizio senza dubbio ammissibile, ma forse un tantino duro nei confronti di un musicista che cerca solo di intrappolare su disco la propria strabordante vena compositiva.
E fa benissimo, visti i risultati.


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