C’era una volta in America e si comincia, si sentivano da più di un’ora falsi allarmi che facevano drizzare le 44.000 teste dello stadio Franchi verso il palco, un gol dell’Italia contro la Spagna, un’introduzione dagli altoparlanti simile al capolavoro di Morricone e tutti vigili a guardarsi intorno in attesa del suo arrivo.
Nel prato sin dal mattino presto si respira elettricità pura, il pit è già stato riempito, l’agognato pit, il sogno di ogni springstiniano è stato distribuito equamente con un’estrazione democratica dalle otto a mezzogiorno inoltrato, i prescelti si sono fiondati nell’ingresso con una foga inaudita, una lotta alle transenne, in pochi minuti si decide chi potrà toccarlo ed interagire con lui e chi invece dovrà rimanere dietro e viverselo diversamente (ma sempre intensamente, facendo anche la rima).
Il resto dello stadio alle tre è quasi semivuoto, la tribuna numerata deserta e si cammina con il cuore in subbuglio, si scattano foto, sono nove anni che Bruce non fa una capatina a Firenze, e nove anni sono veramente tanti per i suoi ritmi frenetici, per la sua grinta e la sua vitalità, insomma si vuole ricordare il momento attendendo impazienti l’ora X fissata per le venti.
Vagabondando qua e la si sentono molti discorsi, ragazzi pieni di aspettative che dimostrano come il Boss parli per tutti e di tutti sempre e comunque, i fan più affezionati, famiglie intere accampate nel prato con seggioline portatili, giornali, giocattoli sparsi un po’ ovunque, gruppi navigati di amici che seguono Bruce come una religione, fedeli che affrontano il suo mini tour italiano Milano-Firenze-Trieste sentendo un po’ la stanchezza dopo 27 anni di concerti ed una certa età sulle spalle ma sempre in forma, sempre energici.
Ed è questo il tipo di pubblico che si può trovare in ogni singolo concerto del Boss, non si va ad una data come questa tanto per divertirsi, ci si va per stampare un ricordo a fuoco nella memoria da poter raccontare ai propri figli e nipoti, ci si va per essere testimoni di uno dei più completi, esplosivi e sensazionali eventi musicali della storia del Rock.
Ci siamo? Ci siamo!
La intro comincia con il delirio pubblico, piano piano entra in fila la E Street Band, e per ultimo, ecco entrare lui, Bruce “The Boss” Springsteen fa il suo ingresso trionfale fra le urla di 44.000 fan impazziti dopo ore, mesi, anni di attesa, “Ciao Firenze!!” e la folla esplode “Siete pronti?! Siete pronti?! Siete pronti?! Frenzy in Firenze here we go!” e si parte!
Non si comincia così a caso, la scaletta di Milano viene prevedibilmente sovvertita sin dal primo brano, quasi non ci si crede eppure la partenza va con Badlands, lo stadio sembra muoversi, oscilla, dalle tribune e dalla curva si vede un moto ondulatorio, l’aria è fresca, il tempo sembra instabile, ma sicuramente nessuna di quelle teste presenti pensa al diluvio che sarebbe venuto di a li a poco.
Jake Clemons interviene nel suo assolo di sax, qualcosa di nuovo e di vecchio al tempo stesso, viene accettato ed incluso nella E Street Band come se ci fosse sempre stato, un nuovo blood brother di diritto.
La voce è più che in forma, le critiche di San Siro si cancellano automaticamente, ovunque si guarda mille voci in coro, ogni bocca in movimento, il repertorio storico saputo a menadito dallo stadio Franchi continua con No Surrender, non sembra vero, è ancora giorno, siamo appena all’inizio, eppure la folla è infiammata come a metà concerto.
Il Boss gambe divaricate, chitarra alla mano è il ritratto della canzone “come soldati in una notte d’inverno con un giuramento da rispettare, nessuna ritirata, credimi, nessuna resa!”, e non ci si arrende davvero di fronte a niente, nemmeno alle nuvole che circondano lo stadio e che minacciano di intaccare la serata, ma rovinarla no, sia chiaro, la performance non può essere nemmeno minimamente scalfita.
Comincia da qui il repertorio standard del tour con i brani dell’ultimo album, We take care of our own, Wrecking ball e Death to my hometown una dopo l’altra minacciano seriamente di far crollare il palco, danze frenetiche il pubblico salta inferocito ed incitato dal Boss che come una mina vagante attraversa di corsa la passerella da una parte all’altra, instancabile come sempre.
La sesta canzone era un po’ attesa, parte l’introduzione del Boss con i cori della E street choir che preparano la folla, “E’ una canzone di cose che ci lasciano e rimangono per sempre”, quel suo italiano un po’ stentato fa sorridere ma anche commuovere, perché il pensiero va diretto alle migliaia di persone che in Emilia vivono concretamente in “una città di rovine”, ma My City of ruin non è dedicata solo ai terremotati, è anche l’inizio del tributo a Clarence “Big Man” Clemons e del vuoto che ha lasciato, il Boss presenta tutta la band ed alla fine arriva a dire “Manca qualcuno, ma posso sentirlo nelle vostre voci” l’ovazione mostruosa parte automatica, e Come on rise up!
“Can you feel the spirit?!” E parte Spirit in the night.
I tecnici delle luci fanno miracoli, sembra si muovano insieme al Boss, sembra che le diriga lui stesso, Be true dimostra come la scaletta di Firenze sia sensazionale ed unica, mentre a Milano si trattava più di brani Greatest Hits, seguono in serie Trapped, Darlington contry e una Burning love richiesta dal pubblico, di certo lui non rifiuta i suggerimenti.
Cambio di chitarra, cambio di ritmo, Working on a Highway in acustica è semplicemente divina, la pioggia comincia a scendere pesantemente, ma guardandosi intorno gli ombrelli scarseggiano, cappucci, mantelline, bandane certo ma il pubblico non ne risente minimente, ed il Boss che si considera uno fra i tanti non si risparmi da quell’acquazzone, ride, gioca, scherza si sfoga sul microfono tirando fuori anni ed anni di concerti col solito sorriso entusiasta ed esaltato di sempre.
La voce non si incrina nemmeno a morire, e per colpa dell’acqua, con Shackled and drawn, per poco non rischiamo di perdere il momento, davvero poco e lo perdevamo, “..fatti da parte figliolo, e fai lavorare un uomo”!
Ormai si va avanti imperterriti da più di un’ora e mezza, con Waitin’ on a sunny day Bruce ci prova a far smettere di piovere ma niente il cielo non sente ragioni, arriva però The river, e devo ammetterlo, senza acqua non sarebbe stata la stessa cosa, dava quasi poesia al momento che già di per sé è commovente, ha creato l’atmosfera, ha lasciato senza fiato.
Backstreet arriva e stupisce, era molto che non si sentiva in live e rimaniamo tutti senza fiato, l’ho già detto ma lo ripeto, i tecnici del suono e delle luci sono dei geni del settore, vedere il palco illuminarsi nell’intermezzo strumentale di Born to run per poi esplodere come una bomba scatena la folla con il dito puntato al cielo.
Dopo più di tre ore di concerto è arrivato il momento del vero tributo, quello organizzato, per Big Men, comincia Tenth avenue freez out, il Boss guarda in alto, sporge la mano e fa spallucce allargando le braccia, da il via alla band e sparisce, non lo vedo più, sento che incita la folla ed alla fine lo localizzo, è sopra il piano di Roy Bittan, non riesce a sentirci, per cui bisogna urlare!
Dirige la E Street e comincia lo spettacolo, schizza da una parte all’altra del palco finché non si sente un voce dalla regia “Sono pronte le foto” è l’ora.
“When the change was made uptown, and the Big Man joined the band”.
Silenzio per un nano secondo, dopo, il boato della folla, vedere la faccia di Clarence nello schermo mentre dà una voce al suo sax scatena l’affetto di tutte le 44.000 teste presenti, “Big man, Big man, Big man”, il Franchi si commuove, il Franchi urla, il Franchi dà il giusto saluto ad un pezzo di storia che se ne è andato solo fisicamente.
Le ultime due canzoni, il diluvio che scende, sembra una gara, più la scaletta si intensifica con le pietre miliari del repertorio della E street band e più l’acqua scende, dalla curva qualcuno ha deciso di arrendersi e si rifugia al coperto, ma i fedelissimi armati di incoscienza e passione rimangono sino all’ultimo respiro. Twist and Shout dà il via ad una danza senza freni, nella parte più esterna del pit si improvvisano coreografie di gruppo, la gente stanca dei vestiti bagnati risolve il problema rimanendo in maglietta, fradici con i capelli bagnati, ci si riscalda muovendosi, si salta e il freddo passa, non si sente più nulla, solo il Boss che esaltato si ostina a continuare.
Sfida il pubblico a rimanere sino alla fine, tira fuori un altro classico del suo repertorio, e le cover con questa arrivano a sei contando Trapped di Jimmy Cliff, l’introduzione di Honky town woman degli stones Burning love di Elvis Seven night to rock di Moon Mullican e Twist and shout dei Fab four, ma si può finire così?
No, visto il tempo e l’atmosfera creatasi I Credence Clearwater Revival chiudono il cerchio, Who’ll stop the rain, chi fermerà la pioggia? Ancora non si sapeva, anche a fine concerto si ostinava a continuare, ma ne è valsa la pena anche solo per essere li, in quel momento, respirando quell’aria.
Il Boss urla sorridendo soddisfatto “Siete duri a morire!” ma non per sé, per noi, per averci dato la possibilità di tornare a casa fradici con un sorriso ebete stampato sul viso, una cocaina al naturale senza eguali.
Tre ore e mezza di concerto, 30 canzoni anziché 33 come a Milano ma scaletta unica nel suo genere, un concerto diverso ad ogni città, uno spettacolo versatile a seconda del pubblico che incontra, questo rende i concerti di Bruce Springsteen eventi unici nel loro genere, questo rende Bruce Springsteen “The Boss”.































brava!!… hai veramente centrato il giusto!!!