Gelo e calore, buio e luce: è tra questi opposti che si muovono gli White Lies nel loro live milanese, recupero della data che avrebbe dovuto tenersi a novembre e saltata per problemi alla voce del cantante, Harry McVeigh.
L’atmosfera cupa in cui sono immersi i pezzi e il portamento rigido dei membri del gruppo formano una sorta di strato di ghiaccio che isola la sorgente del suono dal pubblico: barriera che i ragazzi tentano in ogni momento di oltrepassare con una chitarra mai così graffiante e con un basso a tratti poderoso.
L’operazione riesce in particolare nei pezzi più energici del disco d’esordio, in particolare nell’iniziale Farewell To The Fairground, in The Price Of Love, To Lose My Life, A Place To Hide e nella bellissima Unfinished Business, che chiude la prima parte dello show.
Quando non è incalzato dal ritmo delle canzoni più veloci, il pubblico rimane ipnotizzato da Harry McVeigh che a tratti è inquietante nel creare con la sua voce il fantasma di Ian Curtis; una voce dall’aldilà (così venne descritto il cantante dei Joy Division) capace di far rabbrividire sulle note di Fifty On Our Foreheads, You Still Love Him e Nothing To Give.
Dopo la pausa di rito, la band presenta From The Stars, una cover di Heaven dei Talking Heads e affida la chiusura a Death, eletta a inno di questa ennesima versione del revival di un periodo, la new wave, che alla prova del tempo si colloca tra i più importanti in assoluto della storia del rock.
Gli White Lies colpiscono per compattezza e precisione, notevoli per una band al primo tour importante. Il coinvolgimento del pubblico può migliorare ma è chiaramente dipendente dall’energia, dal ritmo e dal mood dei pezzi, che in questo caso è volutamente crepuscolare.






































