Ci sono voluti tre album ai Kasabian per convincere a pieno pubblico e critica. Con la pubblicazione di West Ryder Pauper Lunatic Asylum (probabilmente il miglior disco uscito lo scorso anno) però il gruppo si è imposto come uno dei più importanti della scena britannica, spodestando band che a un ottimo (e osannato) debutto non hanno più fatto seguire nulla di significativo.
La prova del nove della performance live, in questo caso all’Alcatraz di Milano, conferma come i Kasabian abbiano tutto quello di cui una rock band ha bisogno: un sound, riuscita miscela di brit rock ed elettronica, con la giusta energia per far saltare il pubblico; un frontman dal buon carisma e una capacità di tenere il palco raffinata con il tempo.
La scaletta del live milanese indugia (giustamente) sui pezzi dell’ultimo lavoro, dalle energiche Underdog, Where Did All The Love Go? e Fast Fuse fino alle più riflessive Thick As Thieves e Take Aim. Anche il finale dello show, con Fire e Vlad The Impaler, conferma la fiducia della band nei confronti del nuovo materiale.
Dai primi due dischi il gruppo pesca sostanzialmente solamente i singoli: Shoot The Runner, Empire e Stuntman da Empire; Processed Beats, Club Foot e L.S.F., (a cui affidano la chiusura del concerto) dal disco d’esordio.
Lontani dal forte ritorno degli anni ’80 che connota il periodo, i Kasabian fanno un salto più lungo nel passato fino a ritrovare band degli anni ’60 e ’70, il loro spirito e la loro attitudine, un modo più bonario e meno patinato di proporre la loro declinazione della ricetta classica del rock britannico e il risultato è uno show divertente e senza cali di ritmo, con una scaletta strutturata al meglio tra pezzi nuovi e ‘vecchi’ classici.







































