Sono le 22.30 quando entro al Circolo degli Artisti, ma la sala è ancora semi vuota, gran parte del pubblico è fuori, nel giardino, a guardare/tifare/gufare l’Inter durante la finale di Champions League.
Nessun problema, però, perché il 2 a 0 ha fatto finire il match giusto in tempo per l’inizio del concerto dei Courteeners.
L’apertura è affidata ad Acrylic, che risulta decisamente coinvolgente dal vivo e cattura già da subito il pubblico romano, che alla fine del pezzo inizia a gridare incessantemente “go Liam!”.
Liam Fray, è, in effetti, un frontman carismatico, eppure, con quell’attitudine sbruffona, quell’accentuato accento di Manchester e quel tamburello comparso fra le sue mani nel bel mezzo del concerto, sembra inevitabilmente scimmiottare il più famoso omonimo e conterraneo Gallagher.
Seguono poi Good Times e Will it be this way forever? con le quali il gruppo mi stupisce favorevolmente, dimostrando un’ottima resa nel live, decisamente superiore a quanto mi aspettavo.
Il resto del concerto scorre piacevolmente, con particolari picchi su Scratch Your Name e Rest of the World Has Come Home e siamo già al classico bis.
Su Not Nineteen Forever il pubblico esplode e ammetto che anche io ho smesso le vesti di critica e fotografa (sì, è stata una serata di multitasking) e ho cantato con trasporto anche io, mentre cercavo i giusti settaggi per la macchinetta fotografica.
Tra il pubblico non ho potuto fare a meno di notare la presenza di molti ragazzi inglesi e dei parenti del gruppo, le cui adorabili ziette, che sembravano appena uscite da una puntata dell’Ispettore Barnaby, insistevano per farmi stare in prima fila, in modo da potermi godere meglio il concerto.
Gli inglesi, si sa, sono un popolo civile.








































