Quando l’anno passato veniva dato alle stampe Horehound, primo album dei Dead Weather fondati da Jack White (White Stripes) e da Alison Mosshart (The Kills), era grande la curiositá di scoprire cosa sarebbe saltato fuori dal cilindro di questa esplosiva accoppiata.
I numeri per un successone c’erano tutti, eppure il debutto dei Dead Weather lasciava per certi versi con l’amaro in bocca, con quella fastidiosa sensazione che mancasse quel qualcosa in piú, che distingue un disco buono da uno da ricordare.
A solo un anno di distanza la storia è cambiata. Sea of Cowards è un ottimo album di blues-rock, dal ritmo calcato, duro e velenoso, da ascoltare tutto di un fiato nei suoi soli 38’ di lunghezza.
Il secondo lavoro della band si muove su una doppia linea: da un lato l’impressione che dá (o che vuole dare?) è quella di un disco inciso quasi in presa diretta, nevrotico e istintivo; dall’altro lato, all’orecchio piú attento, non puó sfuggire la volontà del gruppo di arricchire i loro brani con trame piú eccentriche e stravaganti.
Alison e Jack ci sorprendono e, al di lá del singolo manifesto Die By The Drop, dove i due giocano a sovrapporre le proprie voci (o meglio grida?) tanto da rendere difficile distinguerle, non propongono nessun singolone di facile presa, né tantomeno refrain che rimangono appiccicati in testa dopo il primo ascolto. All’ascoltatore vengono servite, invece, dieci caramelline acide e pungenti. Si passa da schizzoidi blues metropolitani (Hussle and Cuss e I’m Mad) a fulminanti pezzi hard-rock, che sembrano usciti direttamente da un album degli Zep, come l’iniziale Blue Blood Blues o la bellissima Gasoline, nella quale gli urletti e le strilla di una Mosshart in forma smagliante non possono non ricordare gli acuti del grande Robert Plant.
I brani che permettono a Sea of Cowards di fare il salto di qualità peró, sono quelli in cui la band prova a sperimentare, senza comunque perdere mai di vista il filo conduttore del disco.
The Difference Between Us é scandita fin dall’inizio da una frizzante patina elettronica anni ’80 e da un cantato alla Jefferson Airplane, che ne fanno uno dei migliori pezzi dell’album. In Looking At The Invisible Man la componente elettronica é ancora piú fracassona, ma a rimanere in primo piano sono comunque le chitarre discordanti di Dan Fertita ed il cantato a singhiozzo di Jack White.
Il frontman degli White Stripes ci lascia, infine, sorpresi e storditi con Old Mary, nella quale intona una cupa invocazione, sorretta da un organetto da messa nera e da arpeggi di chitarra scarni e lugubri, prima che il lontano vagito di un bambino arrivi ad annunciare la fine del disco.






































