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Intervista a Pierpaolo Capovilla. Sangue freddo e calda evoluzione della musica italiana.

capovilla 212x300 Intervista a Pierpaolo Capovilla. Sangue freddo e calda evoluzione della musica italiana.

photo di Daniele Bianchi

Ci sono mille domande da fare a lui. Ci sono troppe cose da sapere e che potrebbe raccontarti, così tante che le parole non basterebbero mai a saziarti. Anche se in questo ultimo anno gli hanno chiesto di tutto: il web è pieno di sue dichiarazioni, interviste, conversazioni in cui dalla musica passa alla politica, e dal sociale giunge al controverso argomento del mercato discografico, sembra che Pierpaolo Capovilla, leader de Il Teatro degli Orrori, abbia già detto qualunque cosa ci fosse da sapere su di loro e la loro visione nel concepire la musica come elemento inscindibile della società. Fatto sta che Rockisland lo incontra lo stesso e due domande gliele fa comunque.
Si spazia, si percorre e si attraversano i fili già scoperti di un ordigno esplosivo che è scoppiato all’improvviso nella musica italiana.
Il viso segnato dal tempo, gli occhi limpidi e lucidi e la sigaretta in bocca, come sempre, Pierpaolo Capovilla mi siede accanto e inizia così questa intervista.

La musica del Teatro degli Orrori come tu stesso hai affermato è musica per il cervello e non per i piedi. Volevate che la musica diventasse utile e fosse un beneficio per la testa e anche per la coscienza. Un grillo parlante e canterino. Per te cos’è la coscienza?
«Coscienza civile di un paese che deve crescere, che deve reimparare una cultura democratica. Io credo molto nel ruolo della funzione politica della musica rock. Sento molto forte questo elemento perché sono convinto che la musica possa avere un ruolo, non primario, ma vero e sostanzioso nel rimodulare l’immaginario colletivo. Il modo di pensare insieme il mondo e la società che abbiamo intorno. Negli anni ’70 c’erano De Andrè, De Gregori, Bennato, Finardi, e loro parlavano a noi del paese, delle ingiustizie, gli abusi e i limiti della società, quindi facevano critica sociale. Ecco, io credo nella critica sociale. Sono Marxista e soprattutto mi piace pensare alla forza dell’arte che possa cambiare il mondo. Sono rimasto l’unico a dire queste cose, però ci credo».

I vostri testi non sono composti semplicemnete da parole sono delle vere e proprie recensioni di vita.
«I testi sono una gestazione difficile: per me ogni singolo verso ha un importanza capitale. Io devo riuscire a trovare quel qualcosa che non ero riuscito a trovare prima quando ero ragazzo. Voglio raccontare ciò che sta intorno a me ma non voglio fare il militante politico. Voglio esprimermi attraverso la poesia, ovviamente non sono un poeta, sarei uno sciocco a ritenermi tale, però credo nella poesia e nella tensione poetica nelle nostre canzoni. In esse non parlo di me ma di te, degli altri, magari raccontando una storia minimale cercando poi di indagare i problemi molto più grandi».

E la famosa ispirazione di cui tutti gli artisti parlano e da cui sono dipendenti?
«Ma quale ispirazione? E’ tutta una bufala. Io impiego mesi a scrivere una canzone. A volte, improvvisamente, risolvo una strofa, penso che sia stata una genialata però in reltà è il risultato di una ricerca molto lunga, faticosa, a volte dolorosa».

Denuncia sociale, cultura, amore, riferimenti letterari: sembra che il Teatro degli Orrori dal primo al secondo album abbia scritto su ogni argomento.
«Non è finita, purtroppo. “Dell’Impero delle tenebre” è un disco più letterario, “A sangue freddo” è un disco più attento alla società di oggi, quindi più politico del precedente. A me interessa moltissimo indagare i rapporti sociali, sia quelli privatissimi, ad esempio l’amore tra uomo e donne, l’amore filiale. Li uso come espedienti narrativi per parlare di tutta la società. Viviamo in una società. Anche chi è solo, lo è all’interno di una moltitudine. Anzi è la moltitudine che lo rende solo».

La canzone “A sangue freddo”, nonché titolo omonimo del vostro ultimo lavoro discografico, ha portato alla luce la vicenda di Ken Saro Wiwa. Lui è stato sicuramente un eroe, sicché ha sacrificato la propria vita per le sue idee e il suo paese. Ti chiedo se oltre a lui c’è qualcun altro che può essere considerato tale, citando possibilmente qualcuno che sia ancora vivo. D’altronde ogni volta che si menzionano degli eroi, tutti o almeno la grande maggioranza, si tratta di persone defunte.
«Mi viene in mente Henry Okah, è colui che ha ereditato la lotta di Ken Saro Wiwa in Nigeria. E’ leader del Mend, considerato un gruppo terroristico, ma gruppo terroristico non è. Per intenderci sono quelli che hanno rapito tempo fa i tecnici dell’Eni, in Nigeria, senza torcere loro un capello, trattandoli nel migliore modo possibile, dando loro anche dell’acqua minerale da bere, questo dimostra che queste persone per loro di acqua pulita invece non ne hanno. Okah è un uomo di grande coraggio, e in questo momento sta in prigione, sta molto male, ma è vivo ed è un eroe. Combatte per i diritti più fondamentali, il sacrosanto diritto alla salute e alla vita della propria gente».

“Mai dire mai è una frase stupida l’hanno detta troppe volte”. Tu quante volte ha detto mai e quanti di questi mai sono risultati essere coerenti e perciò rispettati nel corso del tempo.
«Credo di essere una persona coerente. Credo nelle mie opinione e idee. In genere sono coerente, dal punto di vista politico sicuramente».

Ad ogni mai corrisponde una rinuncia.
«Volendo anche una conquista. Dipende dalla società in cui viviamo oggi. Ci inducono a pensare che avere tanti soldi ed essere famosi sia la cosa più desiderabile del mondo, secondo me sono tutte stupidaggini. Io non sono qui per questo. Faccio la mia musica per cambiare il mondo, io».

A proposito di musica, tu chi e cosa ascolti?
«Sono un onnivoro e ascolto di tutto, dalle cose imbarazzanti a quelle più importanti. Amo moltissimo la tradizione cantautoriale italiana, adoro Pino Daniele, per dirne uno. Mi piace il rock, anche se da un percorso formativo vengo dal punk e l’hardcore».

Tra le tantissime interviste sul web non ci sono notizie né dettagli sulla copertina dell’album “A Sangue freddo”.
«La copertina è stata decisa da Mauro Lovisetto, che è un amico di infanzia e il regista del video di “Compagna Teresa” e “La canzone di Tom”. Io lascio sempre espirmere le persone, farle lavorare come vogliono loro. Non metto mai bocca su ciò che fanno. La copertina è la sovrapposizione dei quattro elementi del gruppo. L’ho trovata molto bella e pensa che lui è uno che fa le copertine per Tiziano Ferro: dobbiamo pure tirare a campà!».

Siete considerati il gruppo rock del momento.
«Noi siamo il gruppo rock del momento».

Questo momento come lo state vivendo?
«Sono particolarmente felice perché noi non facciamo musica per tutti, ma abbastanza di nicchia. Il fatto di avere successo, è la dimostrazione che esso è pur sempre la cifra della bontà delle cose che fai. Se anche facessi la musica più bella del mondo e nessuno venisse ad ascoltarmi, chi me lo fa fare?!
A 42 anni sono felice perché forse qualcosa sta cambiando, nella società».

L’intervista termine così come è iniziata, perché lui ha spento la terza sigaretta ma è in procinto di accendersene un’altra. Gli faccio presente un fatto ovvio e che si sarà sentito ripetere migliaia di volte.
«Fumi tantissimo».
«Lo so, è uno dei tanti vizi che ho».

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