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RECENSIONI: Ariel Pink’s Haunted Graffiti ‘Before Today’, 2010

ariel pink before today cover art 300x300 RECENSIONI: Ariel Pinks Haunted Graffiti Before Today, 2010

Prendete i Beach Boys, mischiateli con un’abbondante miscela di pop-funky anni ’80, sonorità da disco music precoce e, perché no, un pizzico di Michael Jackson; infine condite il tutto con schitarrate taglienti tipicamente seventies ed un po’ di sano spirito punk, dissacrante e provocatorio. L’immagine vi è chiara? No? Neanche a noi.

Questo è Before Today, il nuovo album dell’imprevedibile Ariel Pink, accompagnato dalla sua eccentrica crew di musicisti, gli Haunted Graffiti.

Recluso fra le quattro mura della sua stanza fin dall’etá di 14 anni, a registrare musica da lui stesso composta su datate musicassette, Ariel Pink è l’esempio lapalissiano dell’artista che compone per il puro e semplice gusto di scrivere musica, che dá libero sfogo alla creatività senza porre alcun freno alle proprie pulsioni sperimentali.

In Before Today il 32enne losangelino raggiunge l’apice della propria ricerca stilistica, riesumando i generi con cui è cresciuto, per servirci un calderone colorato e variopinto, citazionista a livelli smodati ma mai banale.

Il disco si apre con la marcetta quasi interamente strumentale Hot Body Rub, dove sassofoni e tromboni fanno da apripista agli urletti di Ariel, che giungono, squisitamente fuori tema, a pochi secondi dalla fine del pezzo.

Segue Brigh Lit Blue Sky, cover di un pezzo sixties dei Rockin’Ramrods, che fa gridare al miracolo per brio ed orecchiabilità, pronta ad ergersi a colonna sonora estiva di nerd e fricchettoni dei nostri tempi. Se L’estat(Acc. To the Widows Maid), eterea e lisergica, lascia affascinati per le mille influenze ed i continui cambi di rotta, Round and Round mostra come Ariel Pink sia in grado di gettare nello stesso brano sonoritá anni ’80 e  Motown Sound, regalandoci un perfetto pezzo pop, originale ed attualissimo.

Con Butt-House Blondies e Little Wing si torna indietro ai seventies e si sentono finalmente le chitarre, fino a qui attrici non protagoniste: la prima canzone, chiassosa al punto giusto, esplode nel assolo finale, condito da lussuriosi gemiti di piacere in sottofondo(!), mentre la seconda dispensa puri momenti di godimento, fra frenate e partenze improvvise, grovigli di chitarre e riff epidermici.

Ma gli stravaganti mondi degli Ariel Pink’s Haunted Graffiti non finiscono qui.

Prima della fine del disco c’é ancora spazio per zuccherosi pop-soul (Can’t Hear My Eyes), intermezzi strumentali che paiono jingle pubblicitari (Reminiscences) e perfino echi post-punk, con il nostro eroe che, come un novello Peter Murphy, ci comunica il suo cinico pensiero: Revolution is a Lie.

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