Non sempre il più forte vince; a volte la fantasia e l’astuzia possono avere la meglio sulla pura potenza, basta saper giocare le proprie carte.
Questa lezione è stata fatta propria dagli XX prima di preparare i loro concerti, di cui i fan milanesi hanno avuto prova lo scorso 5 luglio all’Alcatraz.
La band ha avuto l’onere di proporre dal vivo l’ottimo disco d’esordio pubblicato lo scorso anno, un lavoro fatto di atmosfere rarefatte e cristallizzate, minimalista e discreto nel mantenere sempre un elegante contegno. Prerogative che si scontrano apparentemente con le aspettative di un concerto rock, dedito per definizione all’energia e al rumore.
Gli XX hanno deciso quindi di ricreare le atmosfere dell’album d’esordio omonimo, attraverso tutti gli strumenti a disposizione, compresi i loro corpi; lo show è iniziato sulle note dell’intro del disco con le ombre dei membri proiettate su un telo bianco che copriva il palco, in modo che essi apparivano trasformati in giganti sfuggenti l’uno nel riflesso dell’altro. Caduto il telo si sono susseguite Crystalised, Shelter, Basic Space, Islands, Heart Skipped A Beat, VCR e le altre perle del primo disco, supportate da una scenografia di luci che con i loro toni di rosso e di bianco sottolineavano il buio richiesto dai pezzi e indossato dai membri.
Da sottolineare la capacità di tenere la scena del bassista Oliver Sim, capace con la sua fisicità e con le sue movenze cinematografiche di sospendere il tempo in frammenti dilatati e di ammaliare il pubblico con il suo tono di voce che non sembra poter provenire da un essere umano; una miscela di suoni, quello della sua voce e del suo basso, creatrice di vibrazioni invadenti che ha avuto il suo climax in Fantasy, pezzo in cui Sim è andato a cercare lo sguardo delle prime file del suo pubblico, a quel punto già ipnotizzato e in balia dei suoi occhi.
In un Alcatraz inaspettatamente sold out si è assistito ad uno spettacolo curato e maturo, che gli XX hanno terminato (non senza coraggio) sulle note registrate del loro remix di You’ve Got The Love di Florence & The Machine, in definitiva senza aver fatto sentire la mancanza di momenti di pura potenza.






































