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RECENSIONI: Julian Casablancas ‘Phrazes For The Young’, 2009

julian casablancasphrazes for the young cover 300x300 RECENSIONI: Julian Casablancas Phrazes For The Young, 2009

Non ho mai voluto farlo. [...] La band voleva andare a fare le proprie cose, e va benissimo, rispetto il fatto che avessero bisogno di farlo. Ma io non volevo stare con le mani in mano.”

Queste parole di Julian Casablancas spiegano al meglio le motivazioni che lo hanno spinto a pubblicare Phrazes For The Young, il suo esordio solista: a tre anni dall’ultimo disco con gli Strokes e dopo aver visto i colleghi intraprendere ognuno un progetto parallelo (ad eccezione di Nick Valensi), il frontman ha deciso di combattere la noia lavorando a un disco.

Questo album, che si potrebbe quindi interpretare come una sorta di spazio di libertà che il cantante si è preso tra un lavoro e l’altro della propria band, ha il merito di confermare Casablancas come l’artefice del successo degli Strokes e di legittimarlo come songwriter talentuoso, aspetto spesso offuscato dal fatto di essere il personaggio in assoluto più cool del panorama indie rock dal 2001 a oggi.

Phrazes For The Young riprende il discorso lasciato da Casablancas con First Impressions Of Earth, ultimo album pubblicato con gli Strokes; Out Of The Blue, Left & Right In The Dark e il primo singolo 11th Dimension, seguendo la scia di You Only Live Once, formano un trittico di killer tune che si fa amare dal primo ascolto. Il discorso si articola maggiormente proseguendo con l’ascolto: se River Of Brakelights ricorda alcuni degli ultimi pezzi degli Strokes (Electricityescape, Ize Of The World) ed è un buon indizio riguardo a come sarà il nuovo materiale del gruppo, in 4 Chords Of The Apocalypse e in Ludlow St. il cantante lascia viaggiare maggiormente la fantasia, con un risultato eccentrico ma interessante. Il disco si chiude poi con i due pezzi più personali del lavoro: la splendida ballata Glass e il bel riff di Tourist mostrano il lato più intimo di Casablancas.

Come spesso accade la differenza maggiore del lavoro solista del frontman riguarda l’arrangiamento che, libero dal monopolio delle chitarre vigente negli Strokes, è libero di esplorare territori inesplorati, soprattutto negli intro dei pezzi.

A livello emotivo c’è da sottolineare la costante presenza di un accenno di angoscia che pervade l’album: impressione confermata sia dalla nostalgia trasmessa a volte dal sound che da parte dei testi (“All that I can do is sing a song of faded glory“, “Watching the urban decay, all around us, oh boy, and I’m on my way, oh, somewhere, feels like I’m going left and right in the dark“).

Che Julian trovi pace solamente immerso in una canzone?

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